SCUOLA e FAMIGLIA, UN DIALOGO FRA SORDI

scuola famiglia

4 GENNAIO 2019

di:  Emanuele Pizzatti

Si scrive e parla molto di dialogo fra scuola e famiglia da quando la scuola italiana, imitando quelle nord-europee, si è preoccupata di proporre una quantità industriale di corsi, laboratori, attività ed esperienze eterogenee riguardanti campi diversi dalle materie di curricolo scolastico.

Abbiamo assistito alla gara fra scuole che propongono corsi riguardanti la sessualità, l’affettività, le relazioni, la psicologia, le dipendenze, il bullismo, l’integrazione nel territorio, l’educazione ambientale, l’abbandono scolastico precoce, l’inserimento sociale, le problematiche affettive familiari, come se poche ore di intervento in classe di un qualche professionista potesse risolvere i buchi lasciati dai disastri familiari di cui si parla a fatica. E senza mai dedicare eguali risorse ad azioni di aiuto alle famiglie.

La reazione dei genitori mi sembra sia stata più all’insegna della fiducia a prescindere, non tanto perché la scuola se la sia meritata, quanto perché non si sentono in grado o con le forze sufficienti ad affrontare queste tematiche ritenute assolutamente indispensabili pena la diminuzione dell’efficienza, del rendimento e della capacità di affrontare il mondo da vincitori tanto sperata per i loro figli.

Molto spesso la scuola ha offerto ai genitori, quei pochi che si sono resi disponibili alle riunioni pomeridiane di presentazione dei progetti, una bella vetrina luccicante delle parti migliori estratte dai progetti, poco oltre i titoli e sottotitoli senza affrontare contenuti, metodi e obiettivi se non superficialmente. Viene dato per scontato che i genitori non siano in grado di capire quelle meravigliose proposte e ci si sente offesi da quei pochi che si pongono almeno qualche vago dubbio e tentano domande e richieste di approfondimento. Si assiste alla gara fra genitori che non sono convinti di quelle proposte, ma ancora non sanno bene perché, e quelli che invece sostengono gli insegnanti distribuendo a mani piene fiducia generica e accusando chi sembra essere contrario di essere nemico della scuola dei loro figli. Gli uni convinti che tutti i progetti proposti dagli insegnanti siano meritevoli di stima e riconoscenza, che i genitori non possono criticare e capire il loro lavoro, che la libertà di insegnamento abbia facoltà di decidere senza tenere in considerazione il parere genitoriale. Gli altri più consapevoli delle manovre ideologiche spesso dietro a tante attività apparentemente meritevoli, ridotti a minoranza in lotta fra loro stessi.

Si aggiunga a quanto provocato dalla massa esuberante di progetti e proposte, l’attitudine dei ragazzi di oggi a non avere alcun timore degli insegnanti, abituati come sono a non rispettare l’adulto che spesso è di cattivo esempio o semplicemente di esempio confuso. Infine le reazioni di taluni genitori, purtroppo talvolta anche violente, tese a difendere i loro figli anche davanti ad evidenti comportamenti da sanzionare.

In questo minestrone di conseguenze di tanti esperimenti sociali e di tante applicazioni ideologiche e politiche, di tentativi di promuovere l’educazione dei ragazzi a “cittadini europei” cioè in imitazione delle meraviglie nordiche che in realtà sono esattamente l’opposto, si collocano gli sforzi di promuovere il dialogo fra scuola e famiglia, in realtà tanto utile da essere addirittura indispensabile e reale fondamento dell’educazione dei giovani.

Gli organi collegiali preposti a sostenere questo dialogo, con il fine ultimo di realizzare la piena partecipazione dei genitori nelle scelte di contenuto della scuola, sembrano non essere più in grado di dare alcun risultato. Gli interventi politici in materia si sono rivelati finora molto dannosi, aprendo le porte della scuola alle spinte politiche europee spesso in contrasto con i cardini delle nostre scelte educative primarie. Ora assistiamo ad una probabile maggior attenzione alla volontà delle famiglie italiane e ad una rivalutazione dei principi etici e valoriali che sono stati le colonne della nostra civiltà.

Mentre gli interventi legislativi con le varie riforme scolastiche sono stati negli anni sempre più importanti rivoluzionandone l’assetto, invece mai hanno riguardato la presenza dei genitori rimasta inalterata nella sua impostazione nonostante si sia rivelata incapace di attendere ai suoi obiettivi già da molto tempo.

Così fatico a capire gli sforzi di chi propone di rivalutare l’utilizzo di questi organismi spingendo i genitori alla partecipazione attiva negli organi scolastici a loro dedicati (consigli di classe e di istituto). Se mai hanno funzionato, per quale motivo insistere su questa strada?

Ad esempio, la scelta dei testi scolastici è obbligatoriamente soggetta a valutazione dei genitori. Ogni anno si assiste al balletto degli insegnanti che pongono davanti ai rappresentanti di classe l’elenco dei libri chiedendo loro la firma di approvazione, che in realtà dovrebbe attestare che quei libri sono stati scelti dai genitori stessi che se ne assumono così la responsabilità. Mai mi è capitato di sentirmi offrire da una scuola la possibilità di portarmi a casa quei testi per permettermi di leggerli e valutarli, di valutare altri testi concorrenti, mai la scelta è stata effettuata fra diverse opzioni in un lavoro condiviso fra insegnanti e genitori, come dovrebbe essere. Quella firma è allora una solenne presa per i fondelli, non altro che la sottoscrizione di una falsità. Per non parlare della farsa delle elezioni dei rappresentanti dei genitori.

Non meglio di così nemmeno la partecipazione ai consigli di Istituto, prevalentemente orientata alle decisioni di carattere economico. Ma nemmeno l’eventuale e ipotetica partecipazione al collegio docenti, ambito più mirato alle scelte educative e didattiche, risolverebbe molto data la differenza di preparazione professionale fra i vari soggetti.

Esistono però le associazioni di genitori, anche se non si sono dimostrate, in questi anni di grandi novità, affatto in grado di esercitare il loro ruolo. Nelle imprese nessun lavoratore sarà facilmente in grado di affrontare le proprietà e dirigenze aziendali nel campo dei contratti e delle norme del lavoro, ecco infatti che il ruolo sindacale di rappresentanza, pur con tutti i limiti e gli errori del caso, prepara e dispone di persone in grado di assistere efficacemente realizzando quel dialogo fra le aziende e le forze lavoro necessario ad uno sviluppo armonico delle attività che li riguardano.

Prendendo esempio da questo credo che tocchi alle associazioni di genitori partecipare, a nome degli associati che rappresentano, alla vita scolastica portando alla scuola il pensiero e le preoccupazioni dei genitori e portando ai genitori modalità di dialogo professionali e costruttive. Esse devono abbandonare le attuali abitudini tese a limitarsi a piccoli interventi di sostegno economico esterno alle scuole e passare invece ad un ruolo di diretta rappresentanza negli organi collegiali, con la preparazione e la capacità dovute e necessarie e realizzando così un concreto dialogo fra le parti. Si attuerebbe davvero in questo caso una compartecipazione organizzata ed efficace. Nessuna scuola potrebbe limitarsi a presentazioni superficiali di progetti che invece sarebbero analizzati con profondità e partecipati e condivisi se non addirittura costruiti insieme.

Certo la politica ha sempre preferito pensare alla scuola come all’ambito dove poter istruire i futuri cittadini indipendentemente dalle volontà e dalle scelte delle famiglie, nonostante la costituzione italiana e diverse norme sovranazionali abbiano indicato chiaramente il contrario, dopo aver vissuto le conseguenze nefaste delle guerre e delle dittature, molto attente all’educazione di stato. Per anni hanno insistito sulla necessità di aumentare le competenze e abbandonare lo sforzo verso le conoscenze. Il Naep, l’Invalsi americano, ha convocato un gruppo di esperti a Washington per comprendere come mai gli studenti americani non riescano a migliorare la loro capacità di lettura nonostante la scuola abbia investito molto negli ultimi vent’anni per rafforzare questa competenza. La risposta è stata esauriente: leggere non è come andare in bicicletta. Saper pedalare non è sufficiente, per capire un testo bisogna disporre di un solido bagaglio di conoscenze. Il sistema scolastico americano nell’ultimo ventennio ha invece puntato tutto e solo sulle competenze, tralasciando la ricchezza del curriculum. Ora in mezzo mondo, ma purtroppo non ancora da noi, si sta rapidamente tornando alle conoscenze, consapevoli dei danni provocati dal contrario.

Preoccupiamoci che i nostri figli siano più buoni, più attenti agli altri e molto meno schiavi delle tecnologie e dei consumi. Meno tablet e più strumenti musicali, più libri. Meno sms e chat e più lettere magari spedite davvero con tanto di attesa per giorni della risposta. Pretendiamo molto meno dal loro rendimento, dal loro essere bravi, smettiamo di metterli in gara con il mondo intero. Che lo sport sia soprattutto divertimento, che insegni anche a perdere e con un abbraccio a chi ha vinto. Che si festeggino i voti bassi che in fondo insegnano più di quelli alti. E che gli insegnanti non temano di tenere alto il livello dei loro insegnamenti né di assegnare qualche bella insufficienza quando serve. Che senso ha appiattire tutti ad uno stesso livello per non “escludere” nessuno? Stiamo probabilmente allevando una generazione di pappemolli che solo drogandosi potranno ottenere qualche buon risultato dalla vita.

 

I genitori hanno bisogno di maggior fiducia in sé stessi e nella forza dei loro diritti, le leggi, i numeri sono in loro favore … ma ci si deve mobilitare e associare. E le associazioni devono organizzarsi per riuscire a dare risposte concrete e soluzioni, non solo consigli e conferenze.

Magari rendendosi disponibili alla rappresentanza diretta dei genitori non tanto in presenza di particolari problemi quanto anche nelle partecipazioni costruttive in dialogo con la scuola.

 

AGE, AGeSC, CGD, MOIGE, CARE, FAES, AGEDO, Generazione Famiglia e Associazione Articolo 26 sono sicuramente le più conosciute e attive. Ma serve meno politica, meno filosofia e teoria partecipativa, e molta più rappresentanza diretta ed efficace. Infine aggiungo che i progetti possono essere portati alla scuola, proposti quindi ai collegi docenti, da qualunque genitore ma soprattutto dovrebbero essere messi a punto e presentati dalle loro associazioni di categoria.

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